La risposta del pulcino

La risposta del pulcino

 

 

Il significato della vita è che si interrompe.

Franz Kafka

 

 

Mio figlio mi ha chiesto: la vita ha un senso? uno scopo? Non ho risposto. Tu cosa avresti detto?

 

Questa è la domanda delle domande, e i filosofi ci hanno lavorato per almeno 2.500 anni, trovando un certo numero di risposte, non sempre concordanti, anzi spesso diametralmente opposte.

 

Fammi venire qualche idea.

 

Su questo argomento ci sono almeno tre modi di rispondere, che rimandano a grandi gruppi di pensatori.

Quelli del primo gruppo dicono che la domanda stessa non ha senso, perché non ha risposta, perché non può avere risposta, perché anche se avesse risposta noi non saremmo in grado di capirla, e variazioni sul tema.

Un esempio fra i tanti è Ludwig Wittgenstein, ma troviamo per la prima volta nel 1931 la dimostrazione da parte del matematico e logico Kurt Gödel dell’esistenza di domande di natura matematica alle quali non è possibile, neppure in linea di principio, dare risposte per mezzo della matematica (se questa è coerente).

Questo teorema è stato definito come il principio di indeterminazione della logica, prendendo a prestito la terminologia del principio di indeterminazione della fisica quantistica.

Sempre in campo matematico, è stata poi la volta di Georg Cantor di porre un problema su certi numeri transfiniti che è stato risolto solo circa quarant’anni fa nel senso che è perfettamente lecito ipotizzarne l’esistenza come pure l’inesistenza: le matematiche che ne derivano, adottando l’una o l’altra ipotesi, sono comunque coerenti e non portano a contraddizioni.

 

Pare che lo sforzo intellettuale per arrivare alla soluzione abbia portato il povero Cantor dritto in una Nervenklinik!

 

I filosofi di un altro gruppo affermano tout court che la vita non ha alcuno scopo e che è meglio morire il più presto possibile per evitare ulteriori dolori o, al contrario, godersela il più possibile, con tutti i mezzi, leciti e no. In generale a questo gruppo appartengono i filosofi più pessimisti, alla Schopenhauer.

Un altro gruppo afferma che la vita ha effettivamente uno scopo, ma questo viene identificato di volta in volta in Dio, inteso come scopo di ogni cosa, oppure nella conoscenza di Dio, con relativo obbligo di fare la sua volontà, compreso il bene degli altri uomini, oppure nella felicità individuale o collettiva, con un ampio ventaglio di opzioni per ottenerla: perseguire il piacere, la conoscenza, realizzarsi nelle proprie opere, aiutare i propri simili oppure sopraffarli, se è il caso, per raggiungere i propri fini.

 

Come si fa a scegliere e, soprattutto, a essere sicuri di avere scelto bene? È brutto arrivare al capolinea e scoprire a 90 anni che l’idea giusta era un’altra, come diceva De André in Morire per delle idee.

 

Non credo che esista una soluzione, ma penso che si possa gettare un po’ di luce sull’argomento prendendolo un po’ più alla larga e con un atteggiamento un po’ provocatorio. Parliamo dello scopo della vita biologica, di cui quella umana è solo un caso particolare.

 

Mi piace quel “solo”.

 

È importante. Non dobbiamo peccare di antropocentrismo.

Pare dunque che non possiamo evitare di prendere in considerazione la teoria dell’evoluzione di Darwin. È quanto di meglio disponiamo oggi per spiegare il fenomeno vita nel suo complesso.

Occorre anche considerare altri concetti molto importanti definiti in tempi più recenti, quale le strutture dissipative di Ilya Prigogine, le teorie del caos e della organizzazione, anzi dell’autorganizzazione.

L’ipotesi più semplice, ed è anche la conclusione alla quale si giunge col pensiero scientifico che abbiamo appena esaminato, è che la vita biologica non è che un fenomeno emergente dal caos, un evento casuale, inevitabile, forse necessario, ma sostanzialmente senza scopo.

Se esiste uno scopo per la vita biologica, questo consiste al massimo nel vivere e trasmettere la vita ai discendenti.

Valga qui ricordare le parole finali di due libri che sono pietre miliari di una certa corrente di ricerca e di pensiero:

 

Mentre scrivo queste righe mi trovo su un aereo che vola a 9.000 metri di quota nel cielo del Wyoming, diretto da San Francisco a Boston. Sotto di me la Terra mi appare dolce e confortevole: qua e là sono sospese soffici nubi che il sole declinante tinge di rosa; la campagna è attraversata da strade rettilinee che collegano una città all’altra. È molto difficile rendersi conto che tutto ciò è solo una piccola parte di un universo estremamente ostile. Ancora più difficile è rendersi conto che l’universo attuale si è sviluppato a partire da condizioni indicibilmente estranee e che sul suo futuro incombe un’estinzione caratterizzata da un gelo infinito o da un calore intollerabile. Quanto più l’universo ci appare comprensibile, tanto più ci appare senza scopo... Lo sforzo di capire l’universo è tra le pochissime cose che innalzano la vita umana al di sopra del livello di una farsa, conferendole un po’ della dignità di una tragedia.

Steven Weinberg, I primi tre minuti, Mondadori, 1977.

 

L’antica alleanza è infranta. L’uomo finalmente sa di essere solo nell’immensità indifferente dell’Universo da cui è emerso per caso. Il suo dovere, come il suo destino, non è scritto in nessun luogo. A lui la scelta tra il Regno o le tenebre.

Jacques Monod, Il caso e la necessità, Mondadori, 1970.

 

Importa anche il concetto di “gene egoista” creato da Richard Dawkins, secondo il quale un animale (uomo compreso) è solo il mezzo utilizzato dal Dna per perpetuare la sua specie. Il suo best seller L’orologiaio cieco illustra l’idea nel migliore dei modi.

 

I tre autori che hai citato sono dichiaratamente atei: una posizione, questa, altrettanto difficile da sostenere quanto quella dei credenti, vista la mancanza di prove a favore o contro.

Ho poi già sentito la storia del Dna in una forma banalizzata: la gallina è il mezzo più semplice che un uovo usa per far nascere un altro uovo. Ma tutto questo cosa c’entra con lo scopo della vita umana?

 

C’entra in questo modo: dal punto di vista biologico, lo scopo della vita umana non esiste; l’uomo è un essere contingente che poteva anche non emergere dal processo evolutivo, senza apprezzabile differenza per il resto dell’universo.

Non dobbiamo commettere l’errore di considerare l’uomo come lo scopo dell’evoluzione o dell’universo, anche se i sostenitori del principio antropico dichiarano, con differenti gradazioni, che lo scopo dell’universo è la generazione della vita intelligente.

 

Qualsiasi altra creatura terrestre o extraterrestre, se esistesse, avrebbe lo stesso diritto di affermarlo.

 

Alla luce di recenti studi sembra che, se i mammiferi non fossero stati favoriti dalla scomparsa dei dinosauri a opera di un’improvvisa catastrofe, gli uomini potrebbero non essere mai apparsi sulla faccia della Terra.

Si noti la sequenza di avvenimenti: catastrofe, scomparsa dei dinosauri, sviluppo dei mammiferi.

Se la catastrofe è, come oggi ipotizzato, la caduta di un grosso asteroide ¾ evento rarissimo ¾ si comprende bene come l’apparizione della specie umana sia stata dipendente essenzialmente dal caso. A meno di ipotizzare che una specie umana sarebbe comunque sorta, per disposizioni superiori, o che l’asteroide facesse esplicitamente parte del “grande disegno”.

 

La vita dipenderebbe dal concatenarsi di eventi incontrollabili.

 

Infatti. Se la vita in sé non ha uno scopo, neppure quella umana ce l’ha, almeno dal punto di vista biologico, cioè dal punto di vista della specie umana nel suo complesso, che risulta essere solo una delle tante specie apparse sul nostro pianeta nel corso di miliardi di anni.

Per inquadrare meglio l’aspetto contingente della vita umana, possiamo anche considerare il fatto che le specie viventi sono andate soggette a numerose estinzioni di massa nel corso delle ere geologiche; in una di queste si sarebbe estinto addirittura il 90% delle specie!

 

Dal punto di vista individuale, invece, la questione è totalmente diversa.

 

Ovviamente. L’uomo è un essere dotato di consapevolezza, pertanto, se vuole, è in grado di definire i propri scopi, nei limiti del libero arbitrio, in funzione dello scopo che lui stesso vuole dare alla propria vita individuale.

Insomma, non ha senso cercare lo scopo a priori della vita e agire di conseguenza per raggiungerlo: la vita di per sé non ha scopo e se proprio lo si vuole, bisogna cercarselo e costruirselo da sé.

Seguiamo perciò tranquillamente il suggerimento di Dante nel canto dell’Inferno dove Ulisse esorta i compagni a proseguire nel “folle volo” oltre le colonne d’Ercole: “Fatti non foste a viver come bruti ma per seguir virtute e conoscenza”.

 

Per quanto riguarda mio figlio, preferirei rispondergli che c’è uno scopo da perseguire. Mi disturba un po’ pensare che la vita umana non sarebbe che una parentesi tra il nulla e il nulla.

 

Vuoi sapere come starai dopo morto? Cerca di ricordare come stavi prima di essere nato. È un po’ cinico, ma è il rasoio di Occam.

Ed è qui che arriva lo spunto provocatorio. Immagina di prendere un uovo. Lo metti in un’incubatrice e, dopo il numero giusto di giorni alla temperatura giusta, nasce un pulcino. A questo punto gli punti contro l’indice e gli chiedi con fermezza: qual è lo scopo della tua vita?

Cosa pensi che dovrebbe o potrebbe rispondere il povero pulcino?

 

Mio figlio risponderebbe: “Cosa vuoi che ne sappia. Sono appena arrivato. Io non ho chiesto nulla. Non posso avere uno scopo. Dammelo tu, che mi hai gettato in questo mondo. Avrai avuto un motivo”.

 

Devi pur dirgli che uno scopo deve trovarselo, e che per questo ha una vita davanti a sé.

Ricordagli il finale del film Il Settimo Sigillo quando il giocatore di scacchi chiede alla Morte lo scopo della vita e questa gli risponde: “Non chiederlo a me. Io non me ne intendo. Io sono la Morte”.

 

 

Non siamo nati soltanto per noi.

Cicerone

 

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