Non sappiamo

Non sappiamo

 

 

Una passeggiata in un manicomio dimostra che la fede non prova nulla.

Nietzche

 

 

Possiamo ragionare ancora di Dio? possiamo decidere quale sia il miglior atteggiamento da tenere nei suoi confronti?

 

Cominciamo col chiederci se siamo autorizzati a ragionare di Dio.

Io non avrei dubbi. Ragionare significa esercitare la ragione. E la ragione ¾ sfido chiunque a contraddirmi ¾ è la più alta delle facoltà dell’uomo, quella che ci distingue dagli altri viventi. Per alcuni è, infatti, un dono divino.

 

Sì, ma è necessario fissare dei punti fermi, indiscutibili: degli assiomi.

 

Stabiliamo gli assiomi in modo da ragionare di Dio in termini logici, poiché solo così possiamo ¾ quale azzardo! ¾ pensare di metterci sul Suo stesso piano.

È necessario porre questa condizione, poiché se cominciassimo a ipotizzare un Dio irrazionale oppure razionale ma secondo una logica differente dalla nostra e a noi incomprensibile (potrebbe anche essere), la nostra discussione sarebbe già conclusa, poiché in tal caso Egli potrebbe agire in modo per noi totalmente arbitrario, seppure perfettamente legittimo dal Suo punto di vista, e noi non avremmo alcun modo di intuire le Sue intenzioni né di studiare una strategia d’azione. Il solo dio che può interessarci è un dio logico.

 

Mi piace l’idea di metterci sullo stesso piano di Dio.

Mi sembra che già Galileo ritenesse che vi fossero delle verità sulle quali il livello di conoscenza dell’uomo è pari a quello di Dio. Per esempio, sul teorema di Pitagora ne sappiamo quanto Dio.

 

Sulle verità matematiche sembra davvero così. La differenza è che Lui le conoscerebbe tutte e le avrebbe tutte presenti nella sua mente contemporaneamente (perché è infinito e fuori del tempo), mentre noi ne conosciamo solo alcune e possiamo contenere nella mente, e a fatica, solo le più semplici.

 

Beh, le verità matematiche che conosciamo non sono “solo alcune”. Se sfogliamo le riviste del settore, vediamo che, tutti gli anni, vengono pubblicati circa 300.000 teoremi nuovi.

È anche vero che questi, ormai per la maggior parte, sono così astratti e complessi che spesso non possono essere tenuti a mente nel loro insieme, ma bisogna accontentarsi di seguire le dimostrazioni che portano dalle premesse alla conclusione.

 

È un grosso problema, che costituirà, in tempi più brevi di quanto si possa immaginare, un limite invalicabile. Già oggi esistono dimostrazioni che richiedono centinaia di pagine e altre che necessitano di centinaia di ore di computer per le verifiche. Chi può dire di averle in mente come un tutto unico? Ci si può solo fidare del risultato, garantito esclusivamente dal controllo scrupoloso del processo logico della dimostrazione.

Si può ipotizzare un futuro, neppure tanto remoto, in cui la dimostrazione di un teorema potrà richiedere tutta la vita utile di un ricercatore, magari cento anni. A quel punto, non sarà più possibile dimostrare ulteriori verità matematiche che richiedano cento anni più un giorno di studio! Sarà la fine della conoscenza?

 

Forse si troverà una soluzione, per esempio delegare la ricerca a computer sempre più veloci. Certo, un limite deve pur esistere, in termini di tempo ma anche di materiali da convertire in computer e di energia per farli funzionare. Invece, per Dio infinito il problema non si pone mai.

 

Ma ci sarebbe un altro assioma: il solo dio che può interessarci è un dio personale e giudice, cioè, in pratica, quello che ci propone la nostra religione.

Se Dio fosse semplicemente la Natura, oppure se un Dio-persona fosse disinteressato alle nostre vicende o, semplicemente, non intendesse giudicarci secondo il nostro operato con relativa sentenza di premio o castigo eterni, non avremmo motivo di preoccuparcene.

Potremmo, se volessimo, omaggiarlo, essergli rispettosi, addirittura essergli grati, se ne ravvisassimo motivo (e fossimo convinti della sua esistenza).

Ma non sarebbe necessario assumerci altri oneri. E, soprattutto, non saremmo tenuti a impostare la nostra vita in questo mondo in funzione dell’aldilà.

 

Potremmo dire che l’uomo ha non solo il diritto, ma anche il dovere, di ragionare su Dio?

 

Abbiamo solo stabilito le condizioni necessarie per ragionare su Dio, cioè secondo logica, e abbiamo anche stabilito che il solo dio che può interessarci è un dio personale e giudice. Non ravviso un motivo logico per non utilizzare la più alta e distintiva delle facoltà dell’uomo nell’analisi del più grande e importante enigma che si trova ad affrontare. Sarebbe fare torto sia a Dio sia all’uomo.

In particolare, se Dio ha davvero donato l’intelletto all’uomo, non dovrebbe avere alcun motivo logico per dolersene, se questi lo utilizza, in buona fede, nell’affrontare il problema che più gli interessa. E dal canto suo, l’uomo non avrebbe alcun motivo logico per non ragionare di Dio.

La Scolastica ha tentato di conciliare fede a ragione, con risultati non entusiasmanti. Probabilmente le due facoltà sono incompatibili. Alcuni filosofi hanno affermato di voler capire per credere e altri di voler credere per capire, ma alla fine ognuno è rimasto sulle sue posizioni.

 

Le prove classiche dell’esistenza di Dio non hanno mai convinto davvero: sono state confutate proprio sul piano logico e, a un certo punto, hanno smesso di chiamarsi prove e sono diventate“vie”.

 

Anche perché la ragione si basa su certezze, sia pur limitate, mentre la fede, per definizione, non è dimostrabile: o c’è o non c’è. La fede inizia dove finisce la ragione; non c’è sovrapposizione.

Si potrebbe arrivare ad affermare che le verità conosciute per mezzo della ragione sono causali, e che le verità conosciute per mezzo della fede sono casuali, in quanto mancano di una causa.

E la logica ci dice ancora che da un quid casuale, ossia “non governato dal principio di causa-effetto”, può scaturire qualsiasi cosa.

Pascal riteneva che bisogna credere con la semplicità della donnetta che va in chiesa e affermava che il cuore ha delle ragioni che la ragione non conosce.

Ma, ipotizzando l’esistenza di un dio personale e giudice e dotato di tutte le qualità positive che gli vengono attribuite al massimo grado (onnipotenza, onniscienza, bontà, giustizia, ecc.), gli faremmo un grave torto se, a un certo punto, proprio quando si tratta di esaminare il problema dei problemi, adottassimo un atteggiamento del tipo “Credo perché ci credo” o addirittura “Credo perché è assurdo”, come diceva Tertulliano.

Tanto varrebbe credere in Odino o in Giove, oppure costruirsi una bella statua d’oro a forma di vitello. È già successo.

 

Potremmo impostare l’argomento trattando il rapporto Dio-uomo come un rapporto padre-figlio, come ci insegna la nostra religione? È lecito a un figlio giudicare l’opera del padre?

 

Un padre dovrebbe generare i figli con consapevolezza e farli nascere nella situazione migliore possibile. Nessun figlio ha mai chiesto il “dono” della vita. E spesso la vita non è un dono ma un pesante fardello.

Ora, se una persona ha un’influenza rilevante sulla mia vita, talmente rilevante da avermela addirittura originata, non posso evitare di esprimere un giudizio su tale persona. Non c’è un motivo logico per non farlo. Credo che sia un diritto incomprimibile.

Queste considerazioni sul rapporto padre-figlio devono valere pertanto anche per il rapporto Dio-uomo. Credo che sia perfettamente lecito all’uomo esprimere un giudizio su Dio, sulla base delle Sue opere.

Ovviamente questo vale per un dio personale. Non avrebbe senso giudicare la natura cieca e indifferente.

Si potrebbe anche ribaltare l’argomento e affermare, simmetricamente, che non è lecito a Dio giudicare l’uomo.

Si potrebbe portare alle estreme conseguenze l’idea che, avendo Dio creato l’uomo con sapienza, bontà e giustizia infinite ¾ e da sempre sapendo che avrebbe peccato e che da ciò gli sarebbe derivato dolore ¾ non sarebbe equo da parte Sua giudicare ed eventualmente punire un essere da Lui creato con tale destino.

A parte la questione della responsabilità di Dio per il male nel mondo, c’è un motivo per cui Dio non avrebbe diritto di giudicare l’uomo: secondo logica, non può punire qualcuno solo perché questi non crede in Lui.

L’uomo ignora se Dio esista oppure no, dipendendo questo fatto esclusivamente da affermazioni umane in un senso o nell’altro. Un Dio equo non potrà condannarlo solo perché non riconosca la sua esistenza e non agisca secondo la sua volontà.

Sotto il profilo logico questa affermazione è invincibile.

Un siffatto Dio onnisciente non può non conoscere il tipo di logica che l’uomo segue per i suoi ragionamenti, né può pretendere che ne adotti un’altra; inoltre, dovrebbe dolersi se l’uomo non ragionasse.

Se Dio punisse gli uomini a causa del fatto che non credono in Lui e nelle sue leggi vorrebbe dire che o non è perfettamente giusto o non è perfettamente logico. E se non è logico o non è giusto Dio può comportarsi in modo arbitrario, ma allora la cosa non ci riguarda più.

Se si ammette la contraddizione, allora si dovrebbe ammetterla sempre e non talvolta sì e talvolta no. In particolare, se si crede che il mondo sia sempre soggetto alla logica e l’aldilà solo qualche volta, allora vengono meno le basi per qualsiasi ragionamento.

Il problema dell’atteggiamento da tenere verso Dio si intreccia spesso con il problema del male. Ma la bontà o la malvagità non hanno nulla a che vedere con l’esistenza o la non esistenza di Dio.

Di fatto, gli uomini atei o indifferenti sono buoni o malvagi nella stessa misura dei credenti e hanno gli stessi meriti e le stesse responsabilità.

Se, come suggerisce Pascal, si decidesse di non commette­re il male solo per il timore di essere puniti nell’aldilà, o si decidesse di fare il bene solo in vista di una ricompensa celeste, saremmo solo dei bravi giocatori.

 

L’atteggiamento più logico e corretto da tenere nei confronti di Dio sarebbe l’agnosticismo?

 

Sì, ma attenzione a non confondere l’agnosticismo con l’ateismo, che richiederebbe la certezza dell’inesistenza di Dio e quindi sarebbe a sua volta irrazionale. E neppure a confonderlo con l’anticlericalismo, che comporta un giudizio sugli uomini.

In definitiva, nulla è dovuto a un Dio che si nasconde o forse non esiste: né amore, né gratitudine. E, secondo logica, non è giustificato coltivare la speranza di una ricompensa né temere un castigo. Un Dio che desiderasse tali comportamenti sarebbe tenuto a dimostrare di esistere, al di là di ogni dubbio. Con buona pace per Pascal e la sua scommessa.

 

 

Quanto più sappiamo, tanto più grande è la

misura dell’infinito che ignoriamo.

Agostino Rocca

 

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