Decime

Decime

 

 

Il buon pastore deve tosare le pecore non scorticarle.

Svetonio

 

 

Attendo il mio turno, in fila. Oggi in banca c’è molta gente: è l’ultimo giorno utile per pagare le tasse; tutti qui per adempiere al più civico dei doveri. Alcuni si lanciano in recriminazioni e querimonie.

 

Un pensionato (stizzito): Prendo una pensione che ci campo appena, e mi trattengono fior di tasse. La casa di due locali l’ho comprata con la liquidazione. Ma siccome mia moglie ha ereditato un appartamentino in campagna, adesso devo sommare tutto e, a conti fatti, lo Stato mi chiede altri 22 euro! Per fortuna non lavoro più e posso permettermi di buttare via un’intera mattinata per regalare 22 euro allo Stato. Ditemi voi se si può andare avanti così…

 

Un commerciante (piccolo se non ha un impiegato da mandare in banca): Non passa giorno che non debba andare in banca o in posta per pagare qualche tassa. E non posso mandare nessun altro, perché l’ultimo è scappato coi soldi. Oggi il saldo per l’anno passato e l’acconto per quello in corso, ieri la tassa sul suolo pubblico, ieri l’altro la tassa sull’insegna, la settimana prima l’Iva, prima ancora la spazzatura, l’Ici, la Tv. Per non parlare dei bolli e dell’Imposta di registro per ogni pezzo di carta che scrivo. Non ne posso più. E la prossima settimana sarà il bollo auto… Non potrebbe lo Stato farmi il conto una volta l’anno ¾ mi devi tot euro ¾ e pago tutto insieme in un colpo solo? Tanto lo Stato sa tutto…

 

Un professionista (elegante): Il mio lavoro si svolge su bilanci e dichiarazioni dei redditi, soprattutto nella prima metà dell’anno, a ritmi furiosi; è allora che metto insieme la maggior parte del mio reddito.

Ma le tasse sono stabilite in misura tale che oggi, ultimo giorno utile, devo letteralmente prendere tutti i miei guadagni a partire dal primo di gennaio, aggiungere qualcosa, e portarli in banca per fare il versamento di saldo e acconto. Ho lavorato come una bestia sei mesi per niente. E se sbaglio anche di soli 20 euro, lo stato si sveglierà allo scadere del quinto anno, quando non sarò più in grado di capire perché ho sbagliato, e dovrò fare un’altra coda per versare i 20 con l’aggiunta di penali e interessi, sotto minaccia di ipoteca legale.

 

Ascolto tutti, ma non voglio parlare con nessuno delle mie tasse. Voglio tenere per me tutta la rabbia e l’umiliazione di esser lì, in fila, a portare i soldi al tiranno, che se li inghiotte comodo comodo.

Ma voglio dare un mio contributo di storia, con un’accusa che compromette irrimediabilmente il mio rapporto con lo Stato. Dirò solo questo:

 

Tante rivoluzioni hanno fatto per non versare le odiose decime. Riflettete bene: decima vuol dire 10%, cioè un mese abbondante di lavoro. Sarà sempre maltolto, ma poi via, a febbraio tutti liberi.

Eppure si ammazzavano, c’erano repressioni terribili. Tutta quella gente si è sacrificata invano, se oggi devo versare non una ma ben sei decime.

E, almeno, ai tempi di Robin Hood il tiranno si prendeva il disturbo di venire in cascina a ghermire la sua parte, e qualche rischio lo correva.

Oggi neppure quello: devo andare io personalmente dal tiranno e, se porto i contanti, il rischio di essere derubato per strada dai predoni, lo corro io.

 

 

La forza dei governi è inversamente

 proporzionale al peso delle imposte.

Émile de Girardin

 

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