Alterum non laedere

Alterum non laedere

 

 

Nessuno ricorderebbe il buon samaritano se avesse avuto solo buone intenzioni: aveva anche i soldi.

Margaret Thatcher

 

 

Potresti dirmi cosa pensi della presenza del male nel mondo? Ho letto qualcosa di recente, ma ho le idee confuse.

 

Su questo argomento, il Catechismo della Chiesa Cattolica (compendio 2005) si esprime nei seguenti termini:

 

Articolo 57. Se Dio è onnipotente e provvidente, perché allora esiste il male?

A questo interrogativo, tanto doloroso quanto misterioso, può dare risposta soltanto l’insieme della fede cristiana.

Dio non è in alcun modo, né direttamente né indirettamente, la causa del male. Egli illumina il mistero del male nel suo Figlio, Gesù Cristo, che è morto e risorto per vincere quel grande male morale, che è il peccato degli uomini e che è la radice degli altri mali.

 

Articolo 58. Perché Dio permette il male?

La fede ci dà la certezza che Dio non permetterebbe il male, se dallo stesso male non traesse il bene.

Dio questo l’ha già mirabilmente realizzato in occasione della morte e resurrezione di Cristo: infatti dal più grande male morale, l’uccisione del suo Figlio, egli ha tratto i più grandi beni, la glorificazione di Cristo e la nostra redenzione.

 

Articolo 368. Quando l’atto è moralmente buono?

L’atto è moralmente buono quando suppone ad un tempo la bontà dell’oggetto, del fine e delle circostanze. L’oggetto scelto può da solo viziare tutta un’azione, anche se l’intenzione è buona.

Non è lecito compiere un male perché ne derivi un bene. Un fine cattivo può corrompere l’azione, anche se il suo oggetto, in sé, è buono. Invece un fine buono non rende buono un comportamento che per il suo oggetto è cattivo, in quanto il fine non giustifica i mezzi.

Le circostanze possono attenuare o aumentare la responsabilità di chi agisce, ma non possono modificare la qualità morale degli atti stessi, non rendono mai buona un’azione in sé cattiva.

 

Una prima analisi dei citati articoli fa emergere alcune contraddizioni.

L’articolo 57 afferma che Dio non è in alcun modo, né direttamente né indirettamente, la causa del male invece l’articolo 58 afferma che Dio non permetterebbe il male, se dallo stesso male non traesse il bene.

Abbiamo visto che permettere il male ne implica la responsabilità, sia pure indiretta. Non dimentichiamo che la dottrina cattolica prevede peccati di “pensieri, parole, opere e omissioni”.

La più classica delle omissioni consiste proprio nel non impedire il male.

l’articolo 368 afferma che non è lecito compiere un male perché ne derivi un bene… in quanto il fine non giustifica i mezzi.

Questo deriva direttamente dal pensiero di sant’Agostino, ma contrasta apertamente con l’articolo 58 che afferma che Dio non permetterebbe il male, se dallo stesso male non traesse il bene.

Dio potrebbe non aver avuto scelta al momento della creazione, né in sede di decisione se compiere o no quell’impresa, in quanto atto necessario, né successivamente, una volta creato l’universo, poiché questo, per la sua natura materiale, non poteva non incorporare il male.

 

Bisogna però ammettere che quella del Catechismo è una posizione che viene da lontano ed è sostenuta dai massimi teologi. Per esempio, san Tommaso d’Aquino sostiene che Dio ha permesso il peccato originale per trarne un dono grande, la nascita di Suo Figlio Gesù. E anche il papa Leone Magno, sempre a proposito del peccato originale afferma che la grazia che ci è venuta da Cristo è ben più grande dei doni di cui siamo stati privati col peccato originale.

 

Queste citazioni dovrebbero rispondere alla domanda: perché Dio non ha impedito il peccato originale? Sembra comunque che già allora Egli volesse impedirlo e, infatti, aveva proibito di cogliere i frutti dell’albero della conoscenza del bene e del male. Sembra di capire che il “dono” del libero arbitrio non fosse stato ancora consegnato agli uomini e che Eva se lo fosse preso di sua iniziativa, sia pure indotta dal serpente!

Ma torniamo agli articoli del Catechismo: fanno riferimento al solo male “morale”, cioè a quello causato o commesso da un essere libero e senziente, quale potrebbe essere l’uomo; non è considerato esplicitamente il male “fisico”, cioè causato o commesso ad esempio da elementi naturali come terremoti o uragani o anche da batteri o lupi.

 

Questo è un argomento sottile. Avevo già letto diversi articoli che, forse strumentalmente, mettevano in evidenza l’apparente contraddizione tra le disposizioni degli articoli del Catechismo e non celavano lo stupore sul fatto che un documento come il Catechismo, curato da un teologo di eccelsa fama, potesse contenere conflitti così evidenti.

 

La mia precisazione sul male morale può solo significare che il male in natura non esiste.

In effetti, abbiamo già visto che è inutile, e anche puerile, considerare cattivo (cioè agente del male) un lupo. Un lupo è tuttalpiù pericoloso, non malvagio: fa soltanto il suo mestiere, ciò per cui la natura lo ha generato. Se lo si combatte, o lo si mette in gabbia, non è per punire la sua malvagità. Il povero lupo non sospetta neppure di fare male, quando azzanna le pecore del pastore! In una parola, non ha responsabilità di quello che compie.

 

Del resto, gli uomini vengono impiccati non perché rubano i cavalli, ma per evitare che i cavalli siano rubati.

 

Se consideriamo il male commesso da eventi naturali inconsapevoli, ad esempio uno tsunami, appare evidente la mancanza di ogni forma di volontà malvagia.

E se l’onda si trasforma in un danno per le persone, ciò può essere ricondotto al normale corso degli eventi. Il mondo funziona così e, visto che un evento deve capitare, non ha senso chiedersi perché, o persino perché capita a me.

Conviene ricordare quanto abbiamo già detto a proposito dei limiti del mondo fisico e della necessità dell’accadere di certi eventi.

 

Diverso sembrerebbe il caso in cui il male è commesso da esseri liberi e senzienti, come l’uomo.

 

Il concetto di libertà può essere ingannevole. Anzi, portando il nostro ragionamento alle estreme conseguenze, il cosiddetto libero arbitrio non è che una illusione, utile al massimo per governare le società.

E poi, forse che l’uomo non fa parte della natura? e non abbiamo appena deciso che il male in natura non esiste?

 

Si arriverà mai a una conclusione?

 

Potremmo arrivare a due conclusioni, l’una estrema e l’altra di compromesso.

La conclusione estrema è che il male non esiste, e che è vano parlare di giudizio di Dio e di Inferno.

La seconda conclusione, più tradizionale, porta a chiederci, una volta escluso il male fisico, in che cosa consista il male morale.

Le religioni danno risposte diverse, ma probabilmente la più semplice, quella che richiede il minor numero di concetti aggiuntivi, è che il male consiste nel fare soffrire qualcuno.

Non c’è male senza sofferenza. I cosiddetti peccati di pensiero, ad esempio, non sarebbero male, in quanto nessuno ne patisce.

Altre azioni normalmente considerate riprovevoli in realtà non sono male se non ne deriva sofferenza individuale o turbamento sociale che possa risolversi in male per qualcuno.

Pensa a una coppia di amanti segreti, non sposati: nessuno soffre per adulterio, la società non ne è al corrente e quindi non c’è scandalo, e i due sono felici. Che male c’è?

 

Qual è l’etica perfetta, senza che si cada nella trappola del relativismo?

 

Ci si potrebbe avvicinare molto, senza mai arrivarci. Si potrebbero ipotizzare società in cui sia considerato lodevole fare soffrire qualcuno.

Pensa a Gengis Khan, che considerava come massimo bene uccidere i nemici e razziarne i cavalli e le donne (in stretto ordine decrescente di valore). Tra l’altro Gengis Khan deve avere applicato diligentemente i suoi principi se, come documenta un interessante studio sul Dna degli abitanti odierni del territorio del suo impero, i suoi discendenti sarebbero oggi almeno 16 milioni.

 

Ma se non possiamo stabilire dei principi assoluti, come dobbiamo comportarci? come fa poi Dio a giudicarci?

 

Questo è il vero problema, che a sua volta si sdoppia.

Se si aderisce a una religione, il problema si risolve da sé, salvo complicarsi ulteriormente: il bene è fare la volontà di Dio.

Ma qual è la volontà di Dio? come possiamo conoscerla? Detto per inciso, non è assolutamente necessario dal punto di vista logico credere in Dio per astenersi dal fare il male.

Questa regola può desumersi semplicemente dalle semplici norme di convivenza sociale, riassunte nell’imperativo “Non fare agli altri quello che non vorresti fosse fatto a te”.

Non è un caso che questa regola si trovi in tutte le religioni e anche nei principi del diritto: il famoso alterum non laedere dei romani.

 

 

I valori imperituri non vanno soggetti a oscillazioni:

non sono quotati in borsa.

Stanislaw J. Lec

 

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