Etologia

Etologia

 

Nelio zoo di Chicago un bimbo di tre anni
cade e sviene nella gabbia di una gorilla femmina.
La gorilla si avvicina, lo prende in braccio
delicatamente, poi lo deposita davanti
alla porta attraverso cui passa
di solito il guardiano.
E’ un fatto accaduto realmente, nel 1996.
Cosa ha portato la gorilla a comportarsi così?
Forse un senso di protezione materna.
Ma qual è la molla che lo ha fatto scattare?
La gorilla era per esempio consapevole
del fatto che il bambino aveva perso
conoscenza e aveva urgente bisogno di aiuto?
Avrebbe fatto la stessa cosa se,
invece di un bambino, si fosse trattato
di un adulto, oppure di un gatto?

Sono questi i temi di ricerca dell’etologia, la disciplina scientifica che studia il comportamento degli animali. Konrad Lorenz, che è stato forse l’etologo più famoso, ha per esempio scoperto che l’istinto di protezione è provocato da una serie di caratteristiche anatomiche chiamate "schema infantile": testa bombata, occhi grandi, orecchie arrotondate se si tratta di un mammifero, becco molto corto se si tratta di un uccello.

Chi le possiede viene inequivocabilmente riconosciuto come cucciolo. Si tratta di un riconoscimento istintivo, è effettuato sia dagli adulti che dai piccoli, ed valido per molte specie, dall’uomo all’opossum.

E il fatto che sia condiviso da tutti gli animali può spiegare, come forse nel caso della gorilla, l’adozione tra specie diverse e il blocco dell’aggressività, che invece si scatena come risposta di competizione tra individui maturi.

Spiegare i comportamenti degli animali, capire quali di essi vengono ereditati dai genitori, e quali vengono invece imparati nel corso della vita, interpretare i loro gesti, il linguaggio, e persino il loro grado di comprensione del mondo, sono i compiti dell’etologia.
L’etologia è una disciplina abbastanza recente: risale agli anni Trenta. Il primo a studiare il comportamento fu però Charles Darwin, il padre dell’evoluzionismo, alla fine dell’Ottocento.

Ma cos’è esattamente il comportamento animale? E la gamma di reazioni che un organismo dimostra quando gli viene proposto uno stimolo. Proviamo a fare un esempio:

A una scimmia, e allo stesso modo potrebbe anche trattarsi
di una persona, viene fatta vedere una mela (stimolo).
La scimmia può dimostrare interesse (reazione positiva)
oppure rimanere indifferente (reazione neutra) o ancora
può rifiutare il frutto perché lo trova disgustoso (reazione negativa).
Nel primo caso le reazioni (sequenza comportamentale) s
ono queste: alzata di sopracciglia, estensione della
zampa anteriore e della mano. Infine la mela
viene portata alla bocca. Per uno zoologo l’animale attiva
una risposta basata su serie di reazioni fisiologiche.
La luce riflessa dalla mela viene percepita dai
recettori visivi, vale a dire gli occhi, il suo odore
colpisce le cellule olfattive, cioè il naso,
il cervello elabora l’immagine e trasmette
un impulso alla mano, tramite le fibre nervose.
Da questo punto di vista la scimmia può essere
perfino paragonata a una macchina.
La successione di azioni, l’elaborazione
dell’informazione e le scelte successive
però la rendono diversa.
Ed è proprio di questo che si occupa l’etologia.

I COMPORTAMENTI INNATI
Supponiamo ora che un osservatore esterno prenda nota di tutta la sequenza e la confronti con quella relativa ad altre scimmie della stessa specie. Scoprirà che ci sono elementi comuni, sui quali s’innescano variazioni. Il primo rebus che dovrà risolvere sarà riconoscere gli uni dalle altre. I primi, infatti, sono comportamenti innati: sequenze di azioni che sono ereditate dai genitori e sono codificate da geni, al pari del colore del pelo o della forma del muso.

Un comportamento istintivo sempre lo stesso per ogni organismo che appartiene a una determinata specie, si manifesta dalla più tenera età, non si modifica anche se cambiano le condizioni esterne.

Il primo ad accorgersi dell’esistenza di meccanismi innati fu Nikolaas Timbergen, nel 1938. I giovani gabbiani reali, per essere nutriti, beccano il becco dei genitori, che è giallo con una macchia rossa sulla parte superiore. Timbergen scopri che a scatenare la richiesta non è il genitore, ma la macchia rossa, persino quella disegnata su un becco di gesso.

COME APPRENDONO
Le variazioni, se non sono dovute a fatti fisiologici, fanno parte invece del comportamenti appresi, che, pur essendo legato a uno schema ereditato geneticamente, dipende dalle precedenti esperienze dell’animale. In realtà molti studiosi sostengono che la differenza tra istinto e apprendimento non è così netta.

Un particolare tipo di comportamento appreso però è l’imprinting, studiato da Konrad Lorenz. E un apprendimento precoce e, proprio perché arriva per primo, non viene mai dimenticato. Grazie all’imprinting i pulcini seguono la gallina. Ma se l’uovo si schiude in presenza di un uomo, identificano lui come mamma.

Un animale può apprendere in vari modi, uno dei quali è l’associazione. Il più celebre studioso di questo fenomeno fu Ivan Pavlov, che studiò i riflessi condizionati sul cane. Il cane quando vede il cibo produce saliva. Se inizialmente, ogni volta che si presenta la ciotola, si accende una lampadina, alla fine si ottiene la stessa reazione anche se c’è la luce ma non c’è nulla da mangiare. Pavlov era un comportamentista: studiava gli animali in laboratorio. Gli etologi invece studiano gli animali nel loro ambiente, e analizzano se un certo tipo di comportamento ha contribuito o meno al successo evolutivo di una specie.

CULTURA E GENETICA
La più alta forma di apprendimento è la trasmissione dell’informazione da genitore a figlio. Prevede la capacità di scelta e consente variazioni individuali.
Richiede però un grado elevato di
organizzazione sociale, come quello delle api e dei primati, dunque non è molto diffusa.

Per capire il significato dei gesti che compie l’animale, l’etologo deve poter riconoscere ciascun tipo di comportamento. Dovrà dunque compilare un catalogo delle reazioni (etogramma) effettuando un gran numero d’osservazioni. In ogni caso dovrà distinguere quali comportamenti sono una risposta effettiva a uno stimolo esterno (la mela) e quali invece provengono dall’interno (la scimmia ha mal di stomaco). E questo risulterà ancora più difficile se l’animale osservato, invece che essere una scimmia, apparterrà a una specie meno affine alla nostra. In questo caso infatti è necessario comprendere il significato di gesti, come grattarsi o muovere le orecchie, che apparentemente non c’entrano. In questi ultimi anni molti strumenti, come la Tac, hanno permesso lo studio del cervello e la localizzazione delle aree cerebrali alle quali corrispondono il controllo di alcuni particolari movimenti, oppure la capacità di riconoscersi allo specchio. Inoltre, la genetica sta aiutando sempre di più a distinguere tra ciò che viene ereditato e ciò che invece viene influenzato dall’ambiente e dall’apprendimento dovuto all’esperienza.

L’etologia ha poi esteso gli studi anche all’uomo. E, sorprendentemente, le nuove conoscenze stanno fornendo chiavi anche per comprendere meglio gli animali.

 


COME NOI

Si chiamava Clever Hans,
l’intelligente Hans.
Era un cavallo, ed era in grado
di risolvere problemi di aritmetica.

Nel 1904 Oskar Pfungst, un ricercatore, scoprì la vera abilità di Hans: rilevava gli impercettibili suggerimenti che provenivano dal pubblico.

Fu una delusione e, nonostante che all’epoca in molti sostenessero che gli animali potevano ragionare, gli scienziati abbandonarono del tutto gli studi sul loro pensiero.

Negli ultimi anni però le ricerche sono riprese. E stiamo scoprendo che i comportamenti complessi non dipendono solo dall’istinto o da necessità di sopravvivenza. Gli animali sanno trovare soluzioni a problemi che non hanno mai incontrato prima, non solo perché procedono per tentativi ed errori, ma anche perché sanno, come noi prevedere i risultati di ciò che fanno.

VITA SOCIALE E DIFESA COMUNE
Lo chiamano effetto Darling, dal nome del suo scopritore, un ornitologo. Consiste in questo: alla sola vista delle coppie che si formano durante la stagione riproduttiva, gli uccelli che non hanno trovato ancora un partner sviluppano lo stesso le gonadi sessuali.

Si tratta di un meccanismo di sincronizzazione migliore di quelli che si basano sulla durata del giorno, la temperatura o altri fattori ambientali. Inoltre, se i piccoli di gabbiano nascono tutti insieme hanno maggiori probabilità di sopravvivere. Per proteggere la nuova generazione, quando un predatore si avvicina a una colonia i gabbiani effettuano il mobbing: un attacco collettivo per allontanare il nemico prima che possa fare danni.
Il mobbing è molto diffuso tra gli animali. Lo praticano i babbuini i cervi e persino le api. Gli uccelli, anche se appartengono a specie diverse, usano richiami simili per avvertire i compagni, suoni che durano un decimo di secondo e hanno frequenze inferiori a 8 kilohertz. Nelle colonie di gabbiani ci sono "mobber" attivi, che partono in picchiata, e "mobber" passivi che si limitano a ruotare sull’intruso.
In questo modo raccolgono informazioni preziose, come l’età del predatore, la direzione presa, se rappresenta un pericolo per gli adulti, per i pulcini o per le uova, come conduce l’attacco e come risponde al mobbing. I gabbiani hanno grandi capacità di discriminazione, e buona memoria.
Quando il predatore si ripresenta, lanciano un allarme calibrato in funzione del rischio. Sottostimarlo porta alla distruzione dei nidi e alla morte, ma anche una valutazione sbagliata per eccesso creerebbe problemi. Gli uccelli, infatti, partirebbero in volo, lasciando incustodita la colonia.

C’è poi un uccello bravissimo a convincere altri ad aiutarlo. Si chiama indicatore dalla gola nera e vive in Africa. La sua astuzia? Prima esplora con cura l’area in cui vive in cerca di alveari. Poi, quando ne trova uno, attira l’attenzione del tasso del miele (a volte dell’uomo) e lo invita a seguirlo lanciando richiami sempre più forti. Quando finalmente il favo viene aperto, l’indicatore si posa per mangiare le larve e la cera.

SCAMBIO D’INFORMAZIONI
La forma più evoluta di comunicazione è il linguaggio. Secondo Robin Dunbar, docente di psicologia all’università di Liverpool quello umano è però solo una forma più evoluta del grooming, la pulizia del pelo, praticato dalle scimmie. La sua tesi è questa: le scimmie si lisciano e si spulciano a vicenda soprattutto per mantenere gerarchie e fornire informazioni. Vivono però in gruppi ristretti. Gli uomini primitivi, invece, vivevano in gruppi sempre più grandi, ed era impossibile praticare il grooming a tutti. Per continuare a scambiare notizie dunque inventarono gesti e parole.

Nelle sue ricerche sull’uistitì, una piccola scimmia amazzonica, ha scoperto che i membri di una famiglia si influenzano molto tra di loro. Davanti a un nuovo alimento i piccoli si regolano in base al comportamento degli adulti. Anche altri animali però stanno dimostrando doti interessanti. Uno dei più famosi è Alex, un pappagallo di 22 anni allevato all’università dell’Arizona, a Tucson.
Pronuncia e comprende il significato di 50 parole, classifica gli oggetti in base al colore, alla forma e al materiale di cui sono fatti e ha imparato concetti astratti come "uguale" e "diverso".
Washoe, uno scimpanzé che da anni viene studiato all’università di Washington, ha invece imparato a parlare con il linguaggio dei segni, e lo ha insegnato ad alcuni membri della sua famiglia.

ALTRUISMO ED EMOZIONI
I macachi rhesus che abitano nell’isola di Cayo Santiago, al largo di Portorico, vivono in grandi comunità. Essere in tanti però non significa necessariamente avere un’organizzazione sociale.
Molti animali si trovano insieme solo perché condividono il cibo, o si difendono meglio dai predatori. Il fatto di seguire alcune regole potrebbe insomma essere legato solo a una questione di sopravvivenza individuale.

Marc Hauser, dell’università di Harvard (Usa), ha invece scoperto che i macachi sanno che si può disobbedire, ma sono anche in grado di controllarsi per il bene del gruppo. I macachi formano famiglie organizzate in modo gerarchico. Quando trovano del cibo urlano per avvertire i parenti. Chi non lo fa viene aggredito, anche se si tratta di un individuo dominante.
Per confermare la sua ipotesi, Hauser ha provato ad offrire del cibo ai giovani macachi maschi che non hanno ancora scelto il gruppo famigliare cui appartenere. Nessuno di loro grida: accettano l’offerta e la portano nel loro rifugio. E nessuno li punisce: sarebbe uno sforzo inutile.

Gli animali stanno mostrando qualità che fino ad oggi si pensava fossero esclusivamente umane, come il rispetto, la moralità e la capacità di giudizio. Se finora non ce ne siamo accorti è solo perché abbiamo cercato di individuare in loro schemi di comportamento identici ai nostri. E’ fin troppo facile pensare che gli animali limitino i loro sforzi intellettuali a questioni pratiche, come mangiare o trovare un compagno.

Si è scoperto invece che le scimmie sono in grado di riconoscere le espressioni dei propri simili e di condividerne le emozioni, e non sono rari i casi in cui sono state notate manifestazioni di lutto nei riguardi di un piccolo, o di un compagno ucciso.


Torno a Casa